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| Nelle urne non c’è solo l’embrionePubblicato sul numero 7 di Darwin V-VI / 2005 |
I difensori della legge 40 hanno portato il confronto sul terreno dell’ideologia
il referendum non riguarda solo la fecondazione ma l’identità del paese esito del referendum sulla legge 40 del febbraio
2004 che stabilisce le norme per la fecondazione
assistita è destinato a segnare
profondamente non solo e non tanto la vita e la condizione
delle donne (come accadde per il referendum del
1981 sull’interruzione volontaria di gravidanza), quanto
il carattere del nostro paese, il rapporto che verrà a
stabilirsi tra la legge dello Stato e i principi della Chiesa
Cattolica con inevitabili ricadute sulla vita privata
dei cittadini e sulla ricerca scientifica. E infatti, dal giorno
in cui i referendum sono stati dichiarati ammissibili,
la donna è sparita o quasi come soggetto della legge
e oggetto della controversia. Il suo posto è stato preso
dall’embrione. Il dibattito così si è spostato dal soggetto
concreto interessato alla legge (la donna o la coppia
affetta da sterilità) a una entità di cui è controversa persino
la definizione (zigote, preembrione, embrione) e
di cui è impossibile, allo stato attuale della ricerca e del
pensiero filosofico, definire l’identità. E dunque, i temi
che nel corso di questi anni erano apparsi i più importanti,
quelli in virtù dei quali la legge è stata proposta,
sono stati sospinti in secondo piano, quando non siano
stati addirittura espunti dal dibattito pubblico. Si è evitato
ad esempio finora di discutere del numero di embrioni
che si possano o debbano trasferire in utero, o
della possibilità/necessità di sottoporre gli stessi embrioni
all’indagine preimpianto nel caso di coppie portatrici
di una malattia genetica. I difensori della legge,
dalle gerarchie cattoliche ai cosiddetti teocon, vanno
conducendo la loro «battaglia culturale» in
due direzioni. Da una parte colpevolizzando
il legittimo desiderio
di maternità della
donna (ridotto a mero capriccio
o velleità di onnipotenza),
dall’altra affermando
che l’embrione o
preembrione o zigote sarebbe
non una vita in potenza
come sostenuto da numerosi
filosofi e scienziati, ma già persona
titolare dunque di specifici
diritti. Si è scivolati così
dal terreno legislativo e politico
a quello della ideologia.Il dibattito teologico Nessuna sorpresa che dalla parte dell’embrione come persona si sia collocata la Chiesa Cattolica. La posizione di Giovanni Paolo II è sempre stata assai rigida in materia, arrivando a negare a Parlamenti liberamente e democraticamente eletti il diritto di legiferare in tema di aborto e di fecondazione. È singolare che, invece, la Chiesa si sia dimostrata assai più «laica » quando si è trattato di definire la morte clinica. Ma questo è un altro discorso. Alla fine degli anni ‘80, con l’Istruzione Donum Vitae del cardinal Ratzinger e poi con la Evangelium Vitae il Vaticano ha chiuso ogni spiraglio di dialogo sui temi della sessualità e della procreazione pure presente ai tempi di Paolo VI e in alcuni settori della stessa Chiesa. Ma la Chiesa Cattolica non può pretendere il monopolio della verità. Non solo perché nel contrasto tra scienza e fede molto spesso la Chiesa ha sostenuto posizioni sbagliate, basti ricordare il caso più clamoroso, quello di Galileo. Ma anche perché proprio sul problema in questione, lo status del feto, il dibattito teologico è stato nel corso dei secoli vivace. Se per Tertulliano infatti «il concepito è già uomo, così come il frutto è già nel seme», con Agostino cominciò a prevalere la tesi dell’«animazione ritardata», sostenuta da Tommaso d’Aquino basandosi sulla scansione dei 40 giorni per la formazione del feto maschile e degli 80 per quello femminile. E ancora, a metà del Settecento, il Sant’Uffizio confermava il divieto del battesimo in utero, dato che il «non nato», finché nell’utero materno, non poteva considerarsi parte dell’«umana società». Vale la pena di tenere presente questo lungo e tormentato dibattito non per considerarne valide le conclusioni, ma per ricordare che le attuali posizioni della Chiesa non possono considerarsi verità di fede, ma, appunto, posizioni frutto di un lungo dibattito e quindi sempre passibili di verifica e correzioni. Il mito del Far West Prima del febbraio 2004, prima cioè dell’approvazione dell’attuale legge, non esisteva in Italia alcun Far West della procreazione. Non avevamo un’organica legge in materia, questo è vero. Ma le coppie infertili potevano risolvere il problema rivolgendosi alle strutture pubbliche o a quelle private che, in virtù di una circolare emanata nel 1985 dal ministro della Sanità, il democristiano Costante Degan, erano le uniche autorizzate alla fecondazione eterologa. E nelle strutture pubbliche come in quelle private era lecito il congelamento degli embrioni sovrannumerari e largamente praticata, per fortuna, la diagnosi preimpianto nel caso di coppie affette da malattie genetiche. Lo ricordo per sottolineare che, caso piuttosto raro, l’attuale legge ha rappresentato, dal punto di vista medico e sociale, un arretramento rispetto alla condizione precedente. Ma c’è da chiedersi anche perché per tanti anni, da quando la fecondazione assistita ha cominciato a essere praticata nel nostro paese, non sia stata esercitata nei confronti del personale politico, da parte delle gerarchie cattoliche, una pressione analoga a quella che si è manifestata nel corso dell’attuale legislatura. Può darsi, naturalmente, che queste pressioni ci siano state anche in passato senza tuttavia conseguire pieno successo. Una sola spiegazione è possibile: il venir meno della unità dei cattolici, con la fine della Dc, ha rappresentato paradossalmente un vantaggio per le gerarchie vaticane che hanno potuto esercitare la loro influenza e trovare una sponda sia nello schieramento di governo sia in quello dell’opposizione. Detto in modo un po’ rozzo: nella Seconda Repubblica tutti i leader, sia quelli che provenivano dagli affari e dalla destra estrema, sia quelli che provenivano dalla vecchia Dc, hanno ritenuto di avere bisogno di un surplus di legittimazione. E l’hanno cercato, e spesso ottenuto, dalla gerarchie vaticane. Dopo una prima fase d’incertezza, che aveva consentito a esponenti del mondo cattolico, laici e prelati, di esprimersi in piena libertà sui singoli punti della legge, è giunta, ai primi di marzo la decisione della Cei che impegna i cattolici italiani a non andare a votare, e dunque a far fallire il referendum in virtù del non raggiungimento del quorum. A questa indicazione hanno dichiarato di «sottomettersi» uomini politici dichiaratamente cattolici della maggioranza come dell’opposizione. Il caso più clamoroso, al momento in cui scrivo è quello del senatore Andreotti costretto a rinnegare una sua precedente dichiarazione favorevole alla partecipazione al voto. La scelta della Chiesa è abile sul piano tattico in quanto si annette surrettiziamente quel 30% circa di italiani, cattolici o meno, che di norma non partecipano alle consultazioni referendarie. Ma con questa decisione la Chiesa ammette anche la sua debolezza scegliendo di sottrarsi (e su un tema che dichiara di grande rilevanza etica) al dibattito pubblico e alla verifica di maggioranza. E cosa accadrebbe se, grazie alla strategia del cardinal Ruini, dalle urne uscisse una straordinaria maggioranza di sì, non sufficiente tuttavia a modificare la legge dato il non raggiungimento del quorum? La legge resterebbe giuridicamente in vigore, ma socialmente delegittimata dall’esito elettorale. La convocazione del referendum ha impegnato tutte le forze politiche a precisare la propria posizione. I dirigenti del centrosinistra hanno sperato di tenere le elezioni regionali al riparo dal dibattito referendario, per questo pagando anche il prezzo della mancata alleanza con i radicali della lista Coscioni. Ma il cardinal Ruini ha deciso diversamente e ha colto l’occasione della campagna elettorale regionale per inserirvi i temi oggetto del referendum. La formazione in maggiore difficoltà appare la Fed che, pur presentatasi con un unico simbolo alle regionali e in prospettiva alle politiche del 2006, non riesce a definire una posizione unitaria, per le resistenze della Margherita che pretende di rifugiarsi dietro il principio della «libertà di coscienza». Un principio ambiguo se il singolo che lo rivendica rispetto al proprio partito lo fa in quanto vincolato a un’altra disciplina, in questo caso quella della confessione cui appartiene. Ma un principio che, per quanto legittimo quando rivendicato dal singolo, non può servire da alibi a un organismo politico incapace di assumersi le proprie responsabilità di fronte a un problema di tanta rilevanza. |