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IL fallimento di Copenaghen

In effetti il testo finale del summit non contiene alcun obbligo, né si poteva arrivare al risultato se mancava la disponibilità degli Stati Uniti e della Cina. Per quello che riguarda gli Stati Uniti si può dire che Obama non essendo riuscito a far approvare il disegno di legge sul cap and trade - ovvero sul sistema di scambio interno delle quote – non disponeva del principale strumento legislativo per onorare un eventuale accordo internazionale. Il cap and trade è infatti fortemente osteggiato dai repubblicani, ma anche da un folto drappello di senatori democratici che rappresentano quegli stati in cui il carbone è la principale fonte per la produzione di energia elettrica. Un kilowatt prodotto dal carbone emette una quantità di CO2 tre volte superiore a quella prodotta con il gas. In termini concreti significa che gli stati del MidWest sarebbero stati pesantemente danneggiati rispetto a quelli della costa orientale e occidentale che dipendono molto meno dal carbone per le loro necessità energetiche. E' pur vero che un disegno di legge sul commercio delle quote è passato due mesi fa al Congresso ma il vero scoglio è il Senato dove per approvarlo definitivamente sono necessari 67 voti che al momento non ci sarebbero. Negli Usa c'è una sotterranea opposizione a un accordo internazionale, che vincoli la produzione di CO2, anche per salvaguardare la posizione di rilievo che gli Usa hanno nel commercio internazionale. Sono stati in molti a sostenere, tra repubblicani e democratici, che un accordo mondiale sulla riduzione dei gas di serra aveva senso solo se avesse riguardato anche la Cina, che invece è molto recalcitrante sull'argomento. Intanto Stati Uniti e Cina oggi producono da soli più del 40% delle emissioni globali e non è un segreto per nessuno che il governo di Pechino non abbia mai visto di buon occhio non solo accordi che limitino il suo sviluppo, ma che lo obblighi a gestire in maniera trasparente un eventuale programma di riduzione. Negli scorsi mesi, peraltro, una intensa offensiva diplomatica dell'amministrazione Obama nei confronti della Cina non ha sortito alcun risultato, per cui sembrava difficile che qualche colloquio ristretto a Copenaghen facesse il miracolo. Sono questi i primi due elementi che hanno portato al fallimento del vertice nella capitale danese, ma ne resta un terzo - altrettanto problematico - e riguarda gli aiuti ai paesi meno sviluppati che chiedono a gran voce fondi per difendersi dal mutamenti climatici e sostanziosi trasferimenti tecnologici. Solo in presenza di questi due provvedimenti sarebbero stati disponibili a firmare un accordo internazionale sulla riduzione delle emissioni. A Copenaghen la montagna ha partorito il topolino e i fondi destinati ad aiutare i paesi meno sviluppati per i programmi di adattamento non superano i 10 miliardi di dollari l'anno sino al 2020. Una somma modesta che non risolve i problemi di nessuno.

L'ennesimo elemento che ha portato al fallimento del vertice è la posizione intransigente dell'Unione Europea. Un documento presentato dalla delegazione danese chiedeva infatti sacrifici enormi ai paesi in via di sviluppo (con riduzioni del 30%) senza garantire nulla in cambio. Ora è noto che un qualsiasi residente europeo o americano ha una produzione pro-capite di C02 assolutamente incommensurabile rispetto a un qualsiasi cittadino africano o asiatico per cui il draft danese è sembrato a molte delegazioni del terzo mondo un'offesa. L'Europa, infatti, è lungamente inadempiente sul terreno della concorrenza internazionale perché da decenni ha come primo obiettivo la difesa della sua produzione agricola, per cui non solo frappone ostacoli all'importazione di derrate alimentari dal Sud del mondo ma in passato ha addirittura finanziato largamente le esportazioni di surplus agricolo verso i paesi meno sviluppati danneggiando pesantemente le industrie locali, come dimostrano molti rapporti di organizzazioni non governative. Questo per dire che la lotta ai mutamenti climatici ha necessità di coinvolgere tutti per avere successo, ma che al tempo stesso non la si può vedere al di fuori di un più generale contesto di rapporti Nord-Sud. E per quanto Copenaghen sembri lasciare una porta aperta per la prossima Conferenza delle parti, che si terrà l'anno prossimo, è difficile credere che quello che non si è potuto fare oggi lo si possa fare domani. Il protocollo di Kyoto resterà quindi un obiettivo simbolico che lega pochi paesi e la cui influenza sui mutamenti climatici è irrilevante. Che questo meccanismo non avesse futuro lo si sapeva da tempo ma il meeting nella capitale danese ha fatto saltare le molte ipocrisie che per anni lo presentavano come strumento irrinunciabile per la lotta ai mutamenti climatici. Sull'argomento hanno enormi responsabilità anche le organizzazioni ambientaliste che giocando sempre la carta della catastrofe hanno spinto le cancellerie occidentali verso una sorta di politica che non sembra dare frutti tangibili neanche nel Vecchio Continente.  (19/12/2009)







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