CLIMA
Giorni difficili a Copenaghen
La conferenza di Copenaghen (CAP15), si apre oggi per avviare un tavolo di discussione su un accordo globale per la riduzione dei gas di serra. Come al solito le organizzazioni non governative si sono attivate per accendere i riflettori sui media con una serie di iniziative molto innovative: Greenpeace ad esempio ha ancorato sulla Senna un gigantesco iceberg di plastica e all'aeroporto di Copenaghen ha affisso dei manifesti che dove si vedono un dozzina di capi di stato con i capelli bianchi - siamo nel 2020 - che dicono «Mi dispiace, avremmo potuto fermare la catastrofe climatica ma non l'abbiamo fatto». Più di cinquanta quotidiani nel mondo, per l'Italia c'è Repubblica, hanno lo stesso editoriale nell'edizione di oggi. Per quanto l'iniziativa sia lodevole e originale, come tante altre attualmente in corso, c'è da dubitare che possa aiutare i capi di governo convenuti nella capitale danese a risolvere una serie di annosi problemi.Il primo scoglio per la firma del trattato è il coinvolgimento delle «tigri asiatiche» e dei paesi in via di sviluppo: la Cina, ad esempio è già il primo paese al mondo nelle emissioni avendo superato da poco gli Stati Uniti. Poi ci sono alcune economie, come India e Brasile, che si stanno affacciando al commercio internazionale e che vedono un eventuale obbligo di riduzione come un freno al loro sviluppo. L'India ha già detto chiaramente che non ha alcuna intenzione di accettare limitazioni vincolanti anche se sarebbe disponibile, su base volontaria, a ridurre la carbon intensity, ovvero la quantità di CO2 per unità di prodotto, di circa il 40% per il 2020. La stessa posizione è stata assunta anche dalla Cina, ma è il caso di precisare che una riduzione nell'intensità del carbonio non necessariamente offre garanzia nella riduzione delle emissioni, anzi alcune valutazioni portano a credere che le emissioni cinesi ed indiane siano destinate a crescere secondo il modello business as usual. L'altro convitato di pietra del tavolo danese sono gli Stati Uniti: Obama ha offerto una riduzione delle emissioni del 17% per il 2020, ma l'anno base su cui calcolare il taglio è quello del 2005, per cui secondo alcuni la riduzione reale sarebbe intorno al 3,7% se parametrata agli accordi di Kyoto che ha il 1990 come anno di riferimento. E' improbabile che il presidente americano possa sbilanciarsi più di così, anche in considerazione del fatto che si presenta a Copenaghen senza l'approvazione del disegno di legge sul cape and trade che è l'unico strumento che l'amministrazione americana avrebbe per poter onorare degli impegni vincolanti. Un disegno di legge sul commercio delle quote di gas serra è già passato alla Camera dei Rappresentanti, ma lo scoglio vero è l'approvazione del Senato dove c'è una forte opposizione dei repubblicani a cui hanno dato manforte un drappello di senatori democratici. L'approvazione del disegno di legge sul cap and trade è quindi rimandata al prossimo anno sempre che nel frattempo non sorgano altri problemi: i repubblicani ad esempio hanno chiesto un rinvio per dare tempo all'Epa (l'Agenzia governativa per la protezione ambientale) di analizzare i costi che comporterebbe l'approvazione del provvedimento. L'intento è quello di mettere i bastoni fra le ruote all'amministrazione perché alcuni mesi fa il Senato ha approvato un emendamento che vincola qualsiasi provvedimento di taglio delle emissioni a non aumentare il costo dell'energia per i consumi domestici. Questa è la situazione che si presenta ai delegati che da oggi inizieranno a discutere a Copenaghen del cosiddetto Kyoto II. La posizione europea sembra abbastanza minoritaria anche perché nel frattempo l'Unione non è più a 15 e molti nuovi membri - nella fattispecie i paesi dell'Est - non sembrano particolarmente favorevoli a pesanti vincoli ambientali. L'Europa potrebbe ammorbidire la posizione di molti paesi del terzo mondo - e portarli dalla sua parte - se garantisse una adeguata copertura ai loro programmi di adattamento per i mutamenti climatici, ma il conto da pagare sembra molto salato: alcuni stimano che i paesi occidentali dovrebbero sborsare circa 80 miliardi di dollari l'anno, ma è difficile che possano andare oltre i 10 visto il perdurante stato di crisi delle economie occidentali. Detto questo è evidente a molti che il summit di Copenaghen deve arrivare al risultato: la soluzione più probabile è un accordo di bassissimo profilo che salvi la faccia, come è già accaduto in altre occasioni, ma da presentare come un «successo storico».