PALEOANTROPOLOGIA
Ramidus vede la luce
Fra i molti gossip che si sentono nell'ambiente della paleoantropologia uno dei più gettonati negli scorsi anni riguardava Tim White, il geniale ma anche scontroso ricercatore americano che con Donald Johanson ha messo a soqquadro la disciplina nella metà degli anni '70 pubblicando un'ardita teoria sulla classificazione di un fossile trovato in Etiopia (A. afarensis di 3,2 milioni di anni) che aveva creato non poca irritazione nella potentissima famiglia dei Leakey, che per più di trent'anni ha governato la disciplina. Il gruppo di Tim White inizia a scavare nei primi anni '90 nella media valle di Afar, in Etiopia, e nel '92 trova un primo molare e altri frammenti che sfoggiano caratteristiche di grande interesse. L'annuncio viene dato su Nature e alla nuova specie viene dato il nome di Ardipithecus ramidus. Due anni dopo viene trovato un osso della mano, poi tra il '94 e il '97 una serie disarticolata di ossa dello scheletro (sono 125 reperti). Poi ancora altri 110 ossa fossili che rappresentano almeno 36 individui di varie età e sesso. La datazione di questo gruppo di fossili è di circa 4,4 milioni di anni, come dire il più antico rappresentante della famiglia degli ominidi. La comunità scientifica ha aspettato per anni la pubblicazione di una monografia su Ar. ramidus che anno dopo anno veniva considerata imminente. Dalla pubblicazione del primo annuncio su Nature di anni ne sono passati 17 e oggi finalmente è Science a pubblicare undici monografie tecniche che illustrano la morfologia del fossile e l'ambiente in cui viveva.
Ma in sintesi questa raffica di lavori pubblicati su Science cosa aggiungono alla ricostruzione delle nostre origini? I dati analizzati dal gruppo di White sono molti ma almeno tre sono piuttosto centrali: il primo ha a che fare con la deambulazione. Lo studio di ramidus, ad esempio, manda in soffitta l'ipotesi del knuckle-walking (ovvero camminare sulle nocche, cosa che gorilla e scimpanzé fanno ancora oggi) come stadio di evoluzione intermedio degli ominini verso la stazione eretta. Ardipithecus ramidus - nonostante la datazione di 4,4 milioni di anni - l'ha già conquistata, anzi il gruppo di specialisti che si è occupato di questo problema sostiene che era in grado di mantenere il peso del corpo nel baricentro fra i due femori, piuttosto che spostandolo da una gamba all'altra. Ovviamente era ancora perfettamente in grado di arrampicarsi sugli alberi, ma anche di camminare su due piedi nel sottobosco. Dalla scoperta del primo esemplare di Australopithecus - che data ai primi anni '70 - ci si era fatta l'idea che se si fosse trovato un antenato sulla stessa linea evolutiva dal punto di vista morfologico si sarebbe dovuto avvicinare molto agli scimpanzé, ma ramidus non dimostra di avere queste caratteristiche. Ovviamente, commentando a caldo l'uscita dei lavori su Science, non tutti sono così convinti che nella nostra linea di ascendenza gli ominini abbiano «saltato» questa fase di transizione, e su come camminasse ramidus qualcuno è scettico sull'ipotesi di White, ma per arrivare a conclusioni condivise ci vorrà del tempo. Lo studio dei denti, e qui siamo al secondo punto, dimostra che già con ramidus c'è una forte riduzione dei canini, peraltro già vista in Ardipithecus kadabba (datato fra 5,5 e 5,8 milioni di anni), Orrorin tugenensis (6 milioni di anni) e addirittura in Sahelanthropus tchadensis (tra 6 e 7 milioni di anni). La caratteristica starebbe a significare che i canini non sono più uno strumento di difesa nei confronti dei propri simili, come invece accade con le scimmie africane. Altre caratteristiche dei denti indicano che ramidus fosse più onnivoro dei suoi successori e che raramente mangiava frutta, mentre gli scimpanzé ne sono ghiotti. Il terzo elemento è l'habitat e anche qui gli studi ambientali, flora e fauna, dei siti in cui è stato scoperto ramidus indicano che i primi passi dei nostri predecessori non erano nella savana, quanto piuttosto in zone ancora arboree per quanto radi gli alberi potessero essere in queste zone. I dubbi da sciogliere, e qui ci vorrà del tempo per sedimentare le conoscenze che verranno da un intenso e lungo dibattito, sono sulla posizione che ramidus deve occupare fra i nostri predecessori più lontani. White sostiene che è sicuramente un antenato diretto di Australopithecus, ma i fossili disponibili per illuminare con maggiore dettaglio il periodo che intercorre tra 4 e 5 milioni di anni sono veramente pochissimi, per cui bisognerà attendere nuove scoperte e successive analisi. Per quel che poi riguarda la cronaca è da notare che la pubblicazione degli 11 lavori assomiglia molto a un blitz. Le monografie su ramidus non comparivano sulle anticipazioni di Science, che i giornalisti registrati ricevono con molti giorni di anticipo, e il materiale è circolato improvvisamente giovedì a metà pomeriggio più o meno in corrispondenza con la fine dell'embargo. Non a caso i principali quotidiani americani hanno postato quasi contemporaneamente sui loro siti la notizia mentre su YouTube c'era già un intervista a Tim White, Ann Gibbons di Science e Andrew Hill della Yale University. Un'autentica operazione lampo.